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Cultura della città e barriere architettoniche

Iniziamo dall'origine della parola CULTURA, che deriva da CULTO, deriva da ONORARE.
La città è il luogo sociale nela quale si pratica la cultura.
Quale cultura?
Questo è il primo quesito che ci poniamo.
Se la cultura, se il culto che viene praticato è quello della MERCE, ebbene la città diventerà il
luogo nel quale verranno accumulate e scambiate le merci.
Alla base di questa pratica vi sarà la concezione "mercificata" della città.
A questo proposito, possiamo fare dei riferimenti assai chiari.
Esaminiamo il settore del trasporto privato di persone e di cose.
Possiamo affermare che si pratica il culto dell'automobile, osannata per le sue prestazioni ed in particolare per la velocità del mezzo.
L'auto, le sue prestazioni e, in particolare, la velocità assume, nella cultura dominante e fra i giovani, il significato di valore simbolico.
Con ciò, sulle strade, per il traffico e per il comportamento degli utenti, il VALORE AUTENTICO DELLA SICUREZZA, viene trascurato.
Un indicatore della carenza di sicurezza e del disagio ambientale è rappresentato dalla densità delle autovetture (autovetture per Kmq).
Per quanto riguarda il trasporto delle merci, per ragioni di interesse industriale (produttori di veicoli per il trasporto delle merci), è stata privilegiata ed incentivata la scelta del trasporto su gomma.
Tale scelta comporta soluzioni più onerose e meno sicure rispetto al trasporto su rotaia (trasporto ferroviario delle merci).
Per converso, se la cultura nella città è quella dell'ESISTENZA, allora la città sarà lo "spazio" per la vita di tutti, nella soddisfazione dei bisogni particolari e generali di chi deve abitare la città,
Questo è l'autentico spazio, è l'autentica città, in cui si pratica una CULTURA ESISTENZIALE, in cui gli abitanti si realizzano pienamente.
Questa introduzione su cultura e città, ci consente di passare all'essenza dell'intervento sulle barriere architettoniche.
Quale intervento?
Per la migliore fruibilità degli spazi confinati?
Per la più razionale usabilità degli spazi aperti e degli arredi urbani?
Diremo subito che queste ipotesi d'intervento sono il frutto di una visione riduttiva, che in gergo
potremmo chiamare di "medicalizzazione" della città.
Infatti, tutto ciò che non tocca l'assetto della sicurezza, tutto ciò che lascia inalterato l'attuale elevato tasso di aggressività urbana, è medicalizzante!
L'ipotesi di intervento più radicale ed autentico è legata alla creazione di un regime di sicurezza degli spazi costruiti, con l'eliminazione delle fonti di aggressione all'integrità psico- fisica (rimozione delle cause di invalidità, malattia, morte, di origine ambientale).
Oggi, sono molti i fattori, gli agenti del disagio ambientale che fanno a pugni con la cultura esistenziale, con l'ipotesi di intervento informato a sicurezza. Con altre tabelle in allegato prendiamo in considerazione alcuni indicatori del disagio ambientale come il consumo di fitofarmaci (generatori indotti di inquinamento del suolo e delle acque), gli stabilimenti a rìschio (per lo più disattendenti una corretta prassi di impatto ambientale), le emissioni di ossidi di azoto (che insieme ad altri inquinanti compromettono la vivibilità).
Un secondo ragionamento sulle barriere deve essere costruito ponendo in evidenza l'estrema differenza esistente fra l'ABOLIRE le barriere ed il PROGETTARE senza barriere.
Infatti, abolire significa agire sugli effetti, mentre progettare (senza barriere) significa agire sulle cause.
Non c'è chi non veda quanto sia necessario non tanto agire sugli effetti, quanto sulle cause, ai fini di creare un ambiente vivibile.
Da questo punto di vista, grande responsabilità viene riconosciuta sia ai progettisti, sia agli uffici tecnici comunali, alle commissioni edilizie, che hanno il compito di approvare gli elaborati, di vigilare sul rispetto della normativa anti-barriere.
Ma torniamo, ancora per un po', al modello di città.
L'attuale modello è dimensionato sull'uomo-massa (o uomo standard), che non ha età, che è indotto a fare quasi tutto ciò che fa ( in quanto "eterodirezionato" dai persuasori più o meno occulti).
I! vestirsi, il lavorare, mangiare, divertirsi, leggere, sono tutti momenti che esprimono l'eterodire-zione dei persuasori consumistici.
Dal punto di vista antropologico, in effetti, l'uomo-massa non esiste (esiste solo nei manuali).
In realtà, esistono soggetti individuali, in età evolutiva, in età involutiva, alti, bassi, magri, grassi, ciascuno con la propria specificità. A proposito di età involutìva, di anziani, la popolazione anziana ha un trend demografico in aumento.
Si innalza l'età media: era di 44 anni nel 1900; ora per i maschi l'età media è di 72 anni, per le femmine 78 anni.
La popolazione ultrasessantacinquenne nel 1987 era composta da 7.664.066 persone (pari al 13,4% della popolazione totale); nel 1997 è presumibile che questa fascia di anziani sia del 16,4%; nel 2007, il 18,6%.
Sempre al riguardo degli anziani, l'indice di vecchiaia della popolazione (rapporto tra la popola¬zione di 65 anni e oltre e la popolazione con meno di 15 anni) nel nostro Paese nel 1987 era del 72,7%; nel 1997 sarà del 107,4%; nel 2007 sarà del 126,6%.
Nella città di oggi, con la sua unità di misura che è il fittizio uomo-standardizzato, solo una parte della popolazione riesce ad adattarsi, un'altra parte sceglie, più o meno coscientemente, di non adattarsi, rivendicando la propria diversità, un'altra parte ancora non può adattarsi (p.e. i disabili).
Dalla non fruibilità integrale della città per il modo in cui attualmente è culturalmente ed operati¬vamente modellata, scaturisce un'esigenza: rimodellare la città partendo dai bisogni delle persone che la vivono, ponendo al centro la DIVERSITÀ delle persone (i disabili, gli anziani, i bambini...).
Ritorniamo, ora, al tema barriere.
Come porci di fronte all'allargamento esigito di allargare una porta, eliminare i gradini...?
Tutto ciò significa incidere solo leggermente sulla superficie di un problema, che, invece, va affrontato alle sue radici.
Barriera architettonica non è solo ciò che impedisce la fruibilità, ma anche ciò che causa invalidità, malattia e morte.
Nelle tabelle allegate riportiamo l'indice di frequenza dei casi di medullolesìone, le cause della loro insorgenza, l'età delle persone colpite. Non ha molto significato progettare per una schiera di persone disabili, peraltro, sempre in continuo aumento, per il collegamento che occorre realizzare con il tema della sicurezza, già ricordato. Molti infortuni, infatti, sono determinati dalle caratteristiche degli spazi, dai materiali usati, dagli scarsi livelli di manutenzione, dalla tipologia dei lavori quotidiani. Vi è una profonda, ineludibile, esigenza: la prevenzione che significa spazi sicuri, spazi senza rischi per l'integrità psico- fisica. Bisogna rifiutare nettamente le città dove ci si ammala e si muore per le loro nocività (patologia dell'area urbana), che creano devianza, emarginazione (espressione estrema del disagio), nella commistione fra luoghi di produzione e luoghi di residenza.
Viene da chiedersi: quale spazio attribuire alla normativa?
La normativa può essere, è di fatto uno strumento importante, purché si cali in un contesto culturale "APERTO".
Gli strumenti normativi devono essere "flessibili", senza rigidi vincoli, senza prescrizioni inamovibili per lunghi tempi.
Occorre fare attenzione alla "PRESTAZIONALITA'" prima ancora che alla "PRESCRIZIONALI-TA'".
Le prestazioni rappresentano l'obiettivo per raggiungere il quale si deve, talvolta, interpretare evolutivamente, intelligentemente, la legge, i regolamenti, le prescrizioni. Occorre prevedere spazi per la sperimentazione, per l'aggiornamento, per il miglioramento qualitativo. Sempre al centro deve essere posto l'uomo, con le sue risorse, con i suoi bisogni. £' tempo che tutto ciò avvenga sulla base della nostra presa di coscienza, della nostra operatività concreta, perché la nostra umanità non sia più calpestata.

Autore: Walter Fossati

Fonte: L'uomo spinale - Approccio psicologico e sanitario alla medullolesione - AUS - Ospedale Niguarda Ca' Granda



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